La Via del Dao


Viet Vo Dao, la via del Dao

Paralleli tra la scuola del Taoismo e la pratica delle Arti Marziali.

Oltre alla cultura del corpo, nell’intento evidente di mantenere un buon livello di salute fisica e quindi di preservare la vita, ciò che unisce il taoismo (antica scuola di pensiero orientale) allo sviluppo delle arti marziali è che entrambi si fondano sull’intuizione dei testi dei grandi Maestri taoisti sono raccolte di aneddoti, aforismi, allegorie che non forniscono un significato concettuale diretto, ma che necessitano di interpretazione da parte di chi legge. In sostanza la forma allegorica diventa l’unico mezzo per comunicare e condividere gli insegnamenti preposti a indicare la Via, il Dao.

L’allegoria, questa apparente ambivalenza di significato, conduce il lettore in un nuovo sistema di senso di cui egli stesso deve essere interprete, dando la propria disponibilità a comprendere senza conoscere, a recepire senza possedere.

Lo stesso atteggiamento lo troviamo nell’arte marziale che conduce il praticante allo sviluppo dell’autocoscienza grazie alla ripetizione prima meccanica, poi via, via più cosciente, di movimenti che vengono appresi per “imitazione”. In questo modo chi sceglie di praticare un’arte marziale si apre a un mondo di conoscenze il cui significato profondo resta incognito finché non sarà un giorno in grado di interiorizzarlo e farlo proprio.

Nel caso specifico del Viet Vo Dao una forma, o Qyen, è sempre accompagnata da un poema il cui proposito è proprio quello di portare il praticante a una conoscenza intima ed intuitiva dell’arte.

In sostanza il praticante, quando apprende una tecnica non indaga sul significato intellettuale o particolare di quest’ultima, semplicemente la pratica, si svuota, si rende fertile e la fa propria eseguendola. E il vuoto nell’impianto filosofico taoista non è sinonimo di carenza, assenza, bensì di disposizione, di apertura al Dao, a significati superiori.

Nessun Maestro del resto sarebbe in grado di insegnare ai propri allievi quali sono i movimenti da eseguire per acquisire una maggiore coscienza di sé. Egli però sa bene che la pratica costante dell’arte marziale, se condotta in modo ordinato, conduce proprio a questo. Il Maestro di arti marziali, come il Maestro taoista, non può insegnare ciò che non può essere detto, può solo mostrare la Via per raggiungerlo. Nessuno sforzo astrattivo potrà fare insomma di un uomo un praticante di arti marziali.

Il Viet Vo Dao, come altre discipline affini, non può prescindere dalla pratica, dalla fisicità, quindi dalla relazione con il mondo, dalla percezione, dalla sensazione. Ed è proprio grazie a questo legame con l’Universo che lo studio dell’arte marziale favorisce una crescita anche sul piano morale, filosofico, culturale e non di meno psicologico.

L’arte marziale nella semplice esecuzione delle tecniche, in quell’atteggiamento di apertura e svuotamento da parte di chi le pratica, indica la Via, come predicato dal taoismo; crea terreno fertile per lo sviluppo di una consapevolezza più elevata della propria fisicità e dell’indissolubile legame che la vincola al mondo.

Movimenti in acqua, tra una folla di persone o a gravità zero, non potrebbero essere eseguiti con le stesse modalità. L’ambiente infatti condiziona fortemente i movimenti del corpo e chi pratica un’arte marziale è portato di necessità ad avvertire il legame col mondo, a partire dalla terra su cui si muove e dall’aria che respira.

Nella sua valenza di arte simbolica l’arte marziale tende dunque per sua stessa natura all’armonia, allo stato di equilibrio tra le proprie forze e quelle della natura: io e mondo si uniscono nell’esecuzione di un Qyen (forma) o di una tecnica marziale, rispecchiando in ciò lo stesso bilanciamento di forze che secondo il taoismo muove l’Universo.

Anche nel raggiungimento dell’immortalità che è uno dei momenti fondanti della filosofia taoista, possiamo trovare delle forti analogie con la finalità della pratica delle arti marziali. Ma anche questa impostazione va letta in forma allegorica. È immortale colui che comprendere che l’universo non è una realtà limitata a un mero rapporto di causa ed effetto. Essere immortali significa giungere alla coscienza che il mondo è un ambiente di interazioni complesse che nessuno potrà mai afferrare e conoscere approfonditamente. Chi intuisce la presenza di questo ampio complesso di relazioni, acquisisce una coscienza più elevata e non si preoccupa quindi della mortalità.

Egli diventa dunque immortale perché sente di far parte dell’insieme di relazioni che regolano l’Universo e che non si concludono nel dualismo di vita e morte.

Il raggiungimento dell’immortalità e il sentirsi parte di un universo dinamico, in perpetuo movimento, è disinteresse, è volontà di non cedere all’effimero, all’artificiale.

Il disinteresse è un porsi all’ascolto, un aprirsi al significato e l’arte marziale ne è la più alta espressione. Quanto più è chiara la coscienza di reciprocità e interazione tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura, tra corpo e spazio, tanto più una forma o una tecnica potrà essere eseguita correttamente; viceversa, tanto più una tecnica sarà eseguita correttamente, tanto più si entrerà in armonia con l’Universo e il suo mondo di relazioni.

Va da sé che lo scopo di un’arte marziale non è limitato alla sua efficacia come insieme di tecniche di difesa personale, di attacco e contrattacco, ma è quello d’essere una via che conduce l’uomo all’armonia coi processi universali. In questo il Viet Vo Dao sposa e realizza pienamente il suo ideale, diventando arte della vita.

Alberto Casti

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