Filosofia

Posted on Lug 5, 2013 | 0 comments


Filosofia

Đinh Lý Miên Sinh, la legge dell’eterna ripetizione.

 

L’eterno ritorno: l’eredità nietzschiana nella Filosofia occidentale.

La quarta ed ultima legge fondamentale è la celebre legge dell’eterna ripetizione che partendo da un assioma di fondo, ovvero che nulla si crea e nulla si distrugge, sostiene che tutto si trasformi e che la vita esiste in ogni cosa. Secondo tale visione, ogni cosa, ivi inclusa la vita –di qui le teorie buddiste sulla reincarnazione-, si ripete ciclicamente. Andando con ordine, l’affermazione nulla si crea nulla si distruggere, non suona nuova a noi occidentali. Questo perché, nel diciottesimo secolo, il francese Antoine Lavoisier enunciò la celeberrima legge della conservazione della massa, secondo cui, per l’appunto, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Ad ogni modo, Lavoisier si riferiva alle reazioni chimiche, salvo poi applicare questo postulato anche in fisica. Ad ogni modo i legami fra la “nostra” legge dell’eterna ripetizione e il pensiero filosofico occidentale non finiscono di certo qui. Infatti, “eterna ripetizione” ricorda molto “l’eterno ritorno” che fu uno dei punti chiave della filosofia del tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche. L’eterno ritorno in senso generale caratterizza tutte le ontologie circolari, come quella degli stoici, per cui l’universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso. Più specificamente, come detto, divenne uno dei capisaldi della filosofia di Nietzsche. Il celebre filosofo tedesco disse, ad esempio: In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte.3 3 Friedrich Wilhelm Nietzsche, Frammenti Postumi. 4 Friedrich Wilhelm Nietzsche, La gaia scienza, Newton Compton, Roma, 2008, Aforisma 341. Ad esempio, tirando infinite volte tre dadi a sei facce, ognuna delle 216 combinazioni potrà comparire infinite volte. Questa chiave di lettura risulta chiara dalla lettura di un passo dei Frammenti Postumi risalente al 1881, mentre è più criptico ed ermetico in altri testi fondamentali come La gaia scienza (1882) e in Così parlò Zarathustra (1885).

Per chiarire l’estrema importanza dell’eterno ritorno in Nietzsche, leggiamo i brani qui riportati. Il primo è tratto da La gaia scienza: Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.

Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”?[5]. Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il pensiero più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

Il secondo, invece, è tratto dal celebre così parlò Zarathustra: “[…] proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia. “Guarda questa porta carraia! Nano! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine. Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E quella lunga via fuori della porta e avanti è un’altra eternità. Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: “attimo”. Ma, chi ne percorresse uno dei due sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno?”. “Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”.

[…] Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attìmo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque anche se stesso?

[…] E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via non dobbiamo ritornare in eterno?”. Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare. Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all’indietro. Sì! Quand’ero bambino, in infanzia remota: allora udii un cane ululare così.

[…] D’un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna. Ma qui giaceva un uomo! E proprio qui! il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, adesso mi vide accorrere e allora ululò di nuovo, urlò: avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo? E, davvero, ciò che vidi, non l’avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e lì si era abbarbicato mordendo. La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!”, così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me buono o cattivo gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.

[…] Voi che amate gli enigmi! Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli uomini! Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire? Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci? Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente; e balzò in piedi.

Non più pastore, non più uomo, un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise! Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!

5 Friedrich Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zarathustra, BUR, Milano, 2008. Nel caso specifico del discorso esistenziale, Nietzsche fa notare che (essendo le “cose del mondo” di numero finito, e il tempo infinito) anche nella vita umana questo concetto è applicabile: ogni evento che possiamo vivere, l’abbiamo già vissuto infinite volte nel passato, e lo vivremo infinite volte nel futuro. La nostra stessa vita è già accaduta, e in questo modo perde di senso ogni visione escatologica[2] della vita. In Così parlò Zarathustra Nietzsche mostra come il comprendere questo punto sia fondamentale nel processo di crescita spirituale che porta all’Oltreuomo. La caratteristica fondamentale dell’Oltreuomo sta proprio nella sua capacità di non pensare più in termini di passato e futuro, di principi da rispettare e scopi da raggiungere, ma vivere “qui e ora” nell’attimo presente.

Da Nietzsche all’oriente: la legge dell’Eterna Ripetizione nel Viet Vo Dao.

Molti dei concetti enucleati da Nietzsche non sono altro che la rivisitazione di pensieri che, già da millenni, erano stati fatti propri dalle filosofie orientali. Certo, affermare che il celeberrimo filosofo tedesco si sia ispirato a tali correnti di pensiero è un po’ presuntuoso, però, ad ogni modo, si sa di un certo fascino per l’orientale in Nietzsche, e ciò basta per collegarci con la quarta legge in questione. Questa è una legge universale per la fisica, da questo concetto discende l’idea di trasformazione di tutto e se tutto è energia , questa può prendere tutte le forme ammissibili. Ad esempio, da un seme nasce un albero, dal quale nascerà un frutto, che cadendo fertilizzerà la terra, dalla quale nascerà, infine, un frutto. Come detto, il punto di partenza sta nella convinzione che ogni fenomeno tenda alla ripetizione, cioè che ogni cosa tenda a ripetersi. L’osservazione e lo studio delle manifestazioni della natura, nata dalla necessità di sopravvivenza e la ricerca di migliorare il benessere, vale a dire prevenirne le conseguenze e trarne beneficio, è stata anche spunto per gli uomini di tutte le civiltà, antiche e moderne e di qualsiasi provenienza, per l’elaborazione delle più importanti teorie filosofiche e scientifiche. Le popolazioni antiche, come ancora oggi opera la scienza moderna, attraverso i segni della natura prevedevano i fenomeni naturali e gli eventi climatici. La filosofia orientale -e di conseguenza la concezione filosofica alla base del Viet Vo Dao- fondarono le loro affermazioni sulle osservazioni e lo studio dei fenomeni naturali ed il riferimento a ciò che accadeva in natura, rendeva più facile ed immediata la loro comprensione. Un importante concetto nella filosofia orientale, quello espresso dalla legge dell’eterna ripetizione, è quello che considera l’andamento ciclico della quasi totalità dei fenomeni naturali rapportandolo al funzionamento ciclico delle dinamiche universali; molti sono gli eventi naturali che hanno una costante ciclicità, come l’alternasi del giorno e della notte, il ciclo delle stagioni, la rotazione dei pianeti, le maree, i venti. L’andamento ciclico degli eventi porta alla considerazione che lo stesso fenomeno determina sempre uguali conseguenze, come la periodica piena dei fiumi che allaga i terreni vicini al suo letto rendendoli fertili, e che la stessa causa porta sempre il medesimo effetto. E’ un concetto molto importante –e qui ci riallacciamo con la prima legge- perché, se è sempre la stessa motivazione che determina l’effetto, per impedirne il verificarsi bisogna intervenire sulla causa.

Spesso molte persone continuano a vivere esperienze negative senza rendersi conto che esse sono la conseguenza degli stessi errori. Solo riconoscendo tali errori ed evitandoli s’interrompe il circolo vizioso che porta a vivere le stesse esperienze. Dal concetto di trasformazione vediamo che c’è una continua ripetizione degli eventi. Possiamo distinguere due cicli ripetitivi: quelli che riguardano l’uomo, la vita e la morte, le grandi civiltà umane (maya, egiziana, cinese, l’impero romano), e un ciclo ripetitivo naturale, il giorno e la notte, le stagioni. Le grandi civiltà quando hanno raggiunto il massimo livello di potenza, il massimo splendore, sono cadute , sono crollate perché hanno trascurato il loro equilibrio interno, pensando solo alle conquiste, andando incontro alle grandi guerre che continuano a ripetersi nei secoli e che portano alla distruzione, sperando in una rinascita migliore. Le guerre, che ciclicamente nella storia si sono ripetute, sono un esempio di quanto concreto sia questo concetto; nel corso dei secoli sempre le stesse motivazioni, come la sete di potere o la smania di conquista, hanno spinto gli uomini a scontrarsi tra loro. Ovviamente, non si può non notare come il concetto dell’eterna ripetizione richiami un’importante concezione filosofica della religione Buddista, la teoria dei Karma, secondo la quale nulla si crea e nulla si distrugge, poiché tutto è in continua evoluzione e perciò ogni forma di vita non finisce con la morte, che diventa un momento di transito verso una nuova forma di vita in eterna ripetizione. Gli errori tendono a ripetersi nella vita e impediscono l’evoluzione spirituale, per ciò l’uomo deve uscire da questo ciclo di ripetizione, riconoscendo e ammettendo gli sbagli. Lo scopo dell’evoluzione è quello di poter raggiungere il Nirvana, cioè uno stato di pace che permette di vivere in serenità con se stessi senza più pagare per ciò che si ha male seminato. Il ripetersi delle vite serve all’uomo per correggere gradatamente i propri errori e raggiungere così l’illuminazione. Solo a livello umano è, però, ammissibile intervenire sul ciclo dell’eterna ripetizione. La ciclicità dei fenomeni naturali invece, deve essere assolutamente rispettata; l’intervento dell’uomo che mira a dominare la natura interrompe il naturale equilibrio delle cose peggiorando, spesso, le conseguenze. Gli esempi, anche nella storia recente, sono numerosi; molti disastri sono stati causati dall’intervento dell’uomo che, non rispettando i segnali delle manifestazioni della natura, ha causato grandi sofferenze.

 

In realtà, come nel passato l’uomo ha sempre fatto, è bene conoscere l’andamento ciclico per sfruttarne al meglio gli effetti senza subirli.

L’applicazione di questa legge al Viet Vo Dao è presto rintracciabile. Richiamando un po’ quanto detto per la terza legge, quella dell’evoluzione permanente, se, per esempio, l’allenamento continuo non porta ad alcun miglioramento e non porta alla crescita del praticante, è inutile insistere ed intestardirsi: è, invece, necessario identificare gli errori che si commettono e correggerli per proseguire nell’evoluzione.

Nell’Arte Marziale, così come nella vita, non bisogna poi abbattersi per le fasi negative, ne tantomeno crogiolarsi sui risultati ottenuti, poiché queste sono tutte fasi momentanee, destinate a passare e a ripetersi nel tempo. Non bisogna disperarsi e vivere tutta la nostra vita, in preda alle nostra paure. I momenti bui arriveranno sempre, è inevitabile. Sta alla nostra saggezza, come praticanti e come esseri umani, saper essere pronti per affrontare le difficoltà e vincerle. Più nel concreto, se vediamo che in un certo periodo non riusciamo proprio ad eseguire dei quyen come vorremo, sarebbe saggio leggere il nostro determinato momento e, magari, dedicarsi ad altro, come allo studio delle armi o del Dau Tu Do, ben sapendo che il momento di eseguire i quyen come vorremo ben presto tornerà.

Lo stesso si può dire per i movimenti morbidi e i movimenti rigidi: in un certo momento della nostra vita marziale, sarà necessario studiare i movimenti in maniera più lenta, per apprendere meglio; verrà poi il momento di velocizzare il tutto; e tornerà poi il momento in cui sentiremo, di nuovo, il desiderio ed il bisogno di approfondire i movimenti lenti e morbidi –ragione che spinge molti praticanti a dedicarsi anche al Viet Tai Chi, come studio complementare al Viet Vo Dao-.

In definitiva la quarta legge ci aiuta ad accettare meglio quello che siamo e quello che stiamo passando, per vivere in maniera più serena e più consapevole la nostra esistenza, nonché quella degli altri perché, in fondo, l’Universo tutto si riconduce ad un costante ripetersi di cicli vitali.


 
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