Filosofia

Posted on Lug 5, 2013 | 0 comments


Filosofia

Đinh Lý Thủỏng Dich, la legge dell’evoluzione permanente.

 

Dall’evoluzionismo all’evoluzione permanente, sviluppo della teoria nel pensiero filosofico occidentale. Un altro punto chiave della filosofia del Viet Vo Dao è, di sicuro, la legge dell’evoluzione permanente. Quando si parla di evoluzione, in occidente, non si può non far riferimento all’evoluzionismo di Charles Darwin. L’opera di Darwin ha segnato una svolta importantissima nella nostre cultura, offrendo un paradigma interpretativo della natura e dell’uomo tale da sconvolgere completamente il punto di vista tradizionale. Anche se l’idea di “evoluzione” non è una scoperta di Darwin, è stata la sua opera a dare alla nuova teoria credibilità scientifica e culturale. Rispetto ai suoi precursori – come Lamarck- Darwin ebbe senza dubbio il merito di avere trovato la spiegazione del meccanismo evolutivo, mutuandola in parte dalla teoria della “lotta per l’esistenza” del connazionale Thomas Robert Malthus. Il meccanismo di selezione naturale, fondato principalmente sulla riproduzione, spiegava per lui la trasformazione del mondo naturale e l’origine stessa dell’uomo. Mentre per Darwin la teoria della selezione naturale restava confinata nel campo del mondo naturale, però, molti dei suoi seguaci e dei suoi divulgatori – presto comparsi con successo in ogni paese d’Europa – allargarono le sue teorie alla società, contribuendo, direttamente o indirettamente, alla nascita dell’eugenetica e allo sviluppo del razzismo.

Il paradigma darwiniano, così coerente ad una società che stava vivendo lo straordinario progresso della rivoluzione industriale, si diffuse rapidamente in ogni campo del sapere, anche quelli più lontani dalla scienza, come la letteratura. Dall’evoluzionismo sono nate molte nuove scienze, come la paleontologia e l’antropologia e, per certi aspetti, la psicologia. Quasi tutti i divulgatori tesero a dare una forte impronta materialistica al darwinismo, facendone una bandiera contro la religione e facendo di Darwin un simbolo dell’ateismo. Non si tratta, in fondo, di un problema lontano, ottocentesco, bensì di uno molto attuale, come dimostrano discussioni recenti come quella sull’insegnamento dell’evoluzionismo nei nuovi programmi scolastici.

Ben più importante, per la questione che ci interessa in questa tesi, è l’evoluzionismo in ambito antropologico. Studiosi come Edward Burnett Tylor e James Frazer in Gran Bretagna si occuparono dell’argomento lavorando soprattutto su materiali raccolti da altri, di solito missionari, esploratori, o ufficiali coloniali e, per questo, vennero definiti “antropologi da poltrona”. Bisogna quindi trasferirsi negli Stati Uniti, per incontrare il caposcuola degli antropologi evoluzionisti, ovvero Lewis Henry Morgan, da molti considerato come il primo grande antropologo. Egli concentrò la ricerca sui nativi americani, stabilendo con alcuni di essi rapporti molto profondi.

Questi etnologi/antropologi erano interessati in modo particolare alle motivazioni per cui i popoli che vivevano in diverse parti del globo avessero credenze e pratiche simili. Tutti fondavano la loro teoria sulla convinzione dell’esistenza di un progresso nella storia dell’uomo. La storia della società umana era vista come il prodotto di una sequenza necessaria di stadi di sviluppo sempre più complessi, culminante nella società industriale di metà Ottocento. Le società contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche. In questo quadro si cercava di dare spiegazione di comportamenti e usanze ritenute altrimenti insensate: sarebbero state sopravvivenze di precedenti stadi culturali.

In questo paradigma teorico, i popoli “selvaggi” sparsi sui vari continenti possono illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici, antenati della nostra civiltà. Per cui le società non europee venivano viste come dei “fossili viventi” di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati per gettare luce sul passato di quest’ultima.

Quest’approccio teorico implicava una contrapposizione alle teorie razziste che sostenevano vi fossero differenze razziali e biologiche tra i vari popoli. Per gli antropologi evoluzionisti la specie era unica e non vi sono differenze biologiche tra i vari gruppi per quanto riguarda le abilità mentali. Per questo era possibile per ogni gruppo sociale percorrere le tappe che lo avrebbero fatto progredire.

La legge dell’Evoluzione Permanente nel Viet Vo Dao

 

Al nostro scopo, risulta interessante principalmente l’evoluzione come susseguirsi di stadi. L’evoluzionismo occidentale è molto più materialista e concentrato sul dare spiegazioni di fenomeni già avvenuti –come il mutamento di una specie o l’evolversi di una società-. Come detto nei capitoli precedenti, ciò richiama un po’ l’ossessione occidentale per il risultato finale: quello che interessa, anche in questo caso, è la mera spiegazione del fatto compiuto.

Più che spiegare come va il mondo, o come si evolverà in futuro, gli evoluzionisti parvero più interessati a rispondere alla domanda “come siamo giunti a questo punto?”. Questo, in fin dei conti, ne rappresenta il più grosso limite. Per la filosofia orientale, invece, l’evoluzione è un qualcosa di più generale ed universale ed in quest’ottica va considerato.

Del resto, sin dall’antichità, l’osservazione dei fenomeni della natura è stata spunto per l’uomo per l’elaborazione di tutte le teorie filosofiche e scientifiche alla base delle sue conoscenze. L’osservazione del mondo che ci circonda e dei suoi fenomeni è stato, perciò, il punto di partenza delle filosofie orientali, non ultima della stessa filosofia del Viet Vo Dao. Ed è proprio dall’osservazione dei fenomeni naturali che è scaturita la terza legge che ora approfondiamo. Tale legge, detta appunto dell’evoluzione permanente, pare regolare tutte le dinamiche dell’universo ed essenzialmente si può riassumere affermando che esiste una evoluzione in ogni cosa, sia essa rapida o lenta, percepibile o no.

Questa affermazione, tuttavia, non suona nuova a noi occidentali. A pensarci bene, infatti, un simile concetto fu affermato, nell’antica Grecia (tra 500 e 400 a.c.) da Eraclito di Efeso con il suo celebre panta rei, ovvero “tutto scorre”. Affermando che “tutto scorre, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume”, Eraclito tendeva a considerare tutto il mondo come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identificò la forma dell’essere nel divenire, visto che ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostenne che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l’identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorreva, dunque (di qui panta rei). Lo stesso panta rei è una conseguenza di polemos (guerra, conflitto), che regna su tutto. Di conseguenza Eraclito non fu il filosofo solo del “tutto scorre” ma del “tutto scorre in quanto risultato della tensione continua degli opposti in continua opposizione.


 

Nella stessa enunciazione del divenire, Eraclito aggiunse inoltre:

“Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”

a sottolineare la continua mutevolezza delle cose e l’impossibilità pressoché totale di tornare allo stadio iniziale.
 

Ritornando alla terza legge, essa riprende parte di quello che disse anche Eraclito, sancendo che nell’universo nulla è immobile, tutte le cose, materiali e immateriali, si muovono in continua evoluzione e che, quindi, nulla è permanente se non l’evoluzione stessa. Ogni cosa si trasforma e cambia e tale cambiamento può avvenire in maniera evidente, come il percorso che porta l’uomo dall’essere neonato, bambini, adolescente, adulto ed infine anziano, o può essere quasi impercettibile, come il rimarginarsi di una ferita, o meglio ancora i movimenti naturali come lo sgretolamento delle rocce o il movimento stesso dei continenti.

L’evoluzione è data, perciò, da tre fasi, o meglio può assumere tre direzioni: verso il progresso, verso la decadenza o la condizione di stabilità. Un esempio che ci può aiutare a focalizzare queste tre possibili direzioni è lo studio degli antichi imperi che segnarono la storia: essi ebbero un’iniziale ascesa (progresso), una fase in cui la loro sovranità si esercitò constante ed indisturbato (stabilità) ed infine vi fu la decadenza –inesorabile o dovuta ad atti violenti- che ne segnò la scomparsa (decadenza) o meglio ancora, come vedremo nel prossimo capitolo, il mutamento in qualcosa di diverso (ad esempio gli Stati moderni).

Si ritorna così alla questione appena affrontata di Am e Duong. Infatti il progresso rappresenta lo stadio Duong, positivo, dell’evoluzione. Ad esso sono correlati i progressi, la crescita, gli incrementi e, quindi, in un senso più generale, i miglioramenti. Viceversa, il regresso o decadenza rappresenta lo stadio Am, ovvero quello in cui vi è un decadimento o la diminuzione. Nella parabola della vita di un uomo, dunque si potrebbero incontrare le fasi Duong di crescita, Dao di equilibrio ed armonia fra i due momenti e Am (dalla vecchiaia fino alla morte) di regresso.

Urge però una precisazione, onde evitare di cadere nella grossolana semplificazione Crescita-Duong = Positivo ; Regresso-Am = Negativo. Infatti, è assolutamente vero che per ogni aspetto in cui vi è un’evoluzione in senso positivo, ve n’è un’altra in cui, viceversa, vi sarà un’involuzione che tende al regresso, e questo non sempre è un bene. Ad esempio, l’aumento di una popolazione in una determinata area comporterà sì il consolidarsi di una comunità ma, d’altro canto, comporterà anche la diminuzione di spazi verdi, di alberi e non ultimo di risorse disponibili. Se consideriamo la nostra società, è vero che vi sono state invenzioni e miglioramenti della vita, ma è anche vero che questo progresso ha portato anche all’isolamento dell’uomo o, peggio ancora, a guerre e morte, quindi ad un regresso.

Si è già parzialmente accennato alla fase di stabilità. A lungo si potrebbe discutere circa la sua esistenza e circa la sua appartenenza o meno al processo evolutivo. Innanzi tutto, esiste in fondo una vera e propria stabilità? Detta in altro modo, esiste una fase nella quale progresso e regresso siano perfettamente bilanciati e nessuno dei due prevalga, neanche minimamente, sull’altro? A quanto pare, sì.

La ragione di questa risposta affermativa sta tutta nel secondo punto: la stabilità è veramente uno degli tre stadi dell’evoluzione? In senso strettamente etimologico, l’evoluzione indica un cambiamento (positivo o negativo) da uno stato ad un altro. Ora, quello che si verifica in uno stato di stabilità è, invece, proprio il “non cambiamento”, il protrarsi di una determinata condizione.


Tuttavia, la stabilità, in questo caso, va vista piuttosto come una situazione non di ristagno, bensì di equilibrio. Rispondendo ad entrambi quesiti di questo paragrafo, esiste di certo uno stadio di stabilità nel quale progresso e regresso sono in perfetto equilibrio e, per questo, la stabilità diviene uno stadio evolutivo che funge da vero e proprio confine tra le fasi di progresso e di regresso.

Uno dei principali insegnamenti che la legge dell’evoluzione permanente ci vuole trasmettere sta tutto nell’importanza del riconoscere l’esistenza dei processi evolutivi in ogni cosa affinché si possano accettare i cambiamenti nella vita e, quindi, vivere in armonia e con serenità. Accettare il cambiamento significa, in fin dei conti, accettare le conseguenze che esso comporta, vivendo in armonia e serenità con se stessi e con ciò che ci circonda.

Inoltre, come abbiamo visto negli esempi precedenti, è necessario riconoscere e rispettare tutti i processi evolutivi, non solo quelli individuali, perché la crescita del singolo non deve essere in contrasto con la crescita degli altri o causarne il regresso. Ovviamente, questo prezioso insegnamento si pone in aperto contrasto con l’ottica individualistica che il mondo occidentale ha assunto. Il bene del singolo, ormai, prevale sul bene collettivo; gli infiniti scopi particolari, prevalgono sul fine generale.

Ma tutto ciò è un’arma a doppio taglio, perché prima o poi gli effetti devastanti della nostra condotta individualista si ripercuoteranno su di noi. La legge delle evoluzione permanente, quindi, dev’essere letta anche come un monito, come un consiglio da ascoltare attentamente, affinché la collettività non venga messa in disparte, assoggettata dall’individualismo e dall’egoismo. Per comprendere meglio l’importanza di questa legge nel Viet Vo Dao, citiamo, per esempio, il primo principio fondamentale del praticante. Esso recita: Raggiungere il più alto livello dell’arte per servire l’umanità

Quel “raggiungere il più alto livello dell’arte” è un chiaro invito affinché il praticante tenda sempre al progresso personale, nonché a quello dell’umanità. Il progresso del praticante, ad ogni modo, non dev’essere fine a se stesso. Prendiamo il caso di un vo sinh che si impegni e migliori ma solo per proprio tornaconto. Una volta raggiunto un certo livello (progresso), se non dovesse mettere a disposizione le proprie capacità, resterebbe isolato (stabilità), entrando lentamente in un vortice di autoesclusione e deterioramento (regresso). Invece un praticante saggio, migliorerà le sue competenze (progresso del singolo), ma in contemporanea le metterà a disposizione del suo maestro e dei suoi condiscepoli (progresso collettivo).

Anche nel Viet Vo Dao, ad ogni modo, bisogna saper distinguere gli stadi che si stanno attraversando. Così come nel progresso non bisogna accontentarsi, nella fase di regresso bisogna prendere atto del momento che si sta attraversando, per uscirne e migliorare. Nella fase di stabilità si è, invece, nella delicata situazione in cui, i nostri atti possono portarci verso una o verso l’altra direzione. Risulta, quindi fondamentale, sapere che in fase ci si trova e vivere serenamente la propria vita. Un quyen non verrà mai eseguito in maniera identica, tanto quanto le acque del fiume che citò Eraclito non erano più le stesse. Bisogna allenarsi per migliorarne l’esecuzione e, qualora si ravvisi una fase di ristagno, non bisogna intestardirsi troppo sulle stesse cose, poiché questo potrebbe condurci al regresso e all’autoannichilimento. Bisogna cercare nuove maniere, nuovi stimoli per migliorare. Nel Viet Vo Dao, così come nella vita.


 
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