Bastone

Posted on Giu 26, 2013 | 0 comments


Bastone

Testo tratto dalla tesi: “Thap Tam Con”

La nostra storia inizia, come in un “giallo” classico, con delle impronte ritrovate sul fango.

E’ una mattina dell’estate 1978. Un gruppo di ricercatori è chino su pochi metri quadrati e sta scavando con estrema cura una “crosta di terreno” per scoprire uno degli spettacoli più straordinari che un paleoantropologo possa immaginare: una serie di impronte lasciate sulle ceneri vulcaniche più di 3 milioni e mezzo di anni fa da due, forse tre, ominidi. Siamo a Laetoli, una località a sud del parco di Serengeti, in Tanzania. In quel preciso punto, esseri che già camminavano come noi stavamo spostandosi da un punto all’altro della savana, dirigendosi verso nord. Da dove venivano? E dove andavano? Questo ritrovamento di Laetoli costituisce un buon punto di partenza. Infatti queste impronte si collocano, per così dire, proprio alla frontiera tra due mondi: esse si dirigono verso la specie umana, lasciandosi alle spalle il buio dell’evoluzione.

Prima di queste forme quasi nulla rimane della storia della nostra specie: dopo, si snoda una lunga traccia di reperti, sui quali si discute e si elaborano teorie. Quello che è successo a Laetoli è un fatto quasi unico: una specie di piccola Pompei che ha preservato come in uno scrigno di ceneri vulcaniche gli avvenimenti di quel giorno. L’esame del terreno ha infatti permesso di scoprire che quelli ominidi camminavano su un manto di ceneri provenienti dall’eruzione di un vulcano, ceneri che si erano impregnate d’acqua piovana, durante una giornata alla fine della stagione secca, in una regione in cui circolavano iene, gazzelle, elefanti e rinoceronti.

Ma come può una semplice analisi del terreno raccontare tutte queste cose?

Qualunque essere vivente, vegetale, animale o uomo dopo la morte, come si sa, si decompone rapidamente. Soprattutto se rimane esposto sul terreno. Tranne casi del tutto eccezionali (per esempio animali rimasti imprigionati nei ghiacci come i famosi mammut della Siberia, o certi insetti rimasti intrappolati nella resina, trasformatasi poi in ambra), nel giro di breve tempo non rimane più niente della struttura originaria. Tutto si dissolve. Prima i tessuti molli e via via tutti gli altri.

Eppure, in taluni casi, certe strutture biologiche, possono rimanere intatte e arrivare fino a noi: ciò avviene quando si verifica il fenomeno (rarissimo) della fossilizzazione. Vale a dire quando la terra rapidamente ingloba questi resti in un ambiente adatto per proteggerli. Il caso tipico che ci riguarda (senza cioè parlare di carbonificazioni, certificazioni, mummificazioni naturali, ecc…) è quello di un rapido seppellimento sotto un sedimento molto fine. Ciò avviene, per esempio, quando un animale muore ai bordi di un lago o sulle rive di un fiume, o viene seppellito da uno smottamento o da un’inondazione. In questi casi il sedimento sigilla le spoglie, isolandole dagli agenti che potrebbero degenerarle.

Solo le acque di infiltrazione riescono a raggiungerle, provocando una lenta ma continua sostituzione delle molecole, grazie ai sali minerali disciolti nell’acqua. Il tipo di minerale che si trova nel terreno condiziona naturalmente il colore e la consistenza dei fossili, che possono così apparire grigi, biancastri, marrone o addirittura neri.

La lenta sostituzione molecolare fa si che il loro aspetto rimanga esattamente uguale a quello originale, tant’è vero che, sovente, persino al microscopio elettronico la struttura appare del tutto simile. Tutto questo discorso ci fa capire quanto sia raro l’evento della fossilizzazione, che si verifica soltanto in circostanze molto particolari. E quindi quanto sia difficile trovare fossili.

I nostri più antichi antenati, prima ancora degli strumenti lavorati usavano con tutta probabilità, per le loro esigenze quotidiane, strumenti naturali, come rami e sassi. Il legno era un materiale ovviamente più facile da lavorare della pietra; e le sue forme suggerivano immediatamente molti usi ( lungo per raggiungere luoghi inaccessibili, massiccio per percuotere e difendersi, appuntito per bucare, scavare e cacciare). Sfortunatamente, è molto raro che il legno si fossilizzi. E quindi molto difficile riuscire a trovare uno strumento in legno.

I più antichi sono 5 lance rinvenute ad Ashoningen in Germania: hanno 400 mila anni. Stessa antichità (ma molti sospettano un’età di 230 mila anni). Per un giavellotto in legno di tasso rinvenuto a Clacson-on-Sea nel Sussex. Tuttavia uno dei reperti più antichi e allo stesso tempo – drammatici – è una lancia di legno di tasso lunga ben 2 metri e 40, trovata nel costato di un elefante ucciso tra i 120 e i 70 mila anni fa a Lehringen, in Germania Federale. Da un analisi più approfondita dell’arma del delitto, si è potuto stabilire che la sua punta era stata indurita al fuoco per diventare più micidiale. Ma è solamente a partire da 12-10 mila anni fa che si cominciano a ritrovare numerosi strumenti in legno integri. In quale misura questi reperti consentono di ricostruire i comportamenti dei nostri antenati, le loro abitudini, il loro modo di vivere ed anche il loro livello di intelligenza?

Supponiamo che, in futuro molto lontano, degli archeologi di un altro pianeta sbarchino sulla luna, e casualmente ritrovino la macchina fotografica che due astronauti americani dimenticarono sulla sua superficie. Cosa potrebbe raccontare una macchina fotografica ad un archeologo del futuro? Molte cose. Anche non tenendo conto del rullino (con ogni probabilità non più ritrovabile, perché bruciato dai raggi cosmici), i vari pezzi della macchina costituirebbero una ricchissima fonte di informazioni: per esempio l’analisi delle leghe metalliche, o la struttura delle lenti fornirebbero molte indicazioni sulle conoscenze acquisite al momento della missione, sulle nostre abilità tecnologiche e persino sui nostri gusti estetici.

Quella macchina fotografica si trasformerà insomma in una piccola enciclopedia che permetterebbe ai ricercatori del futuro di immergersi per un attimo nel nostro mondo. Questo varrebbe anche per eventuali civiltà extraterrestri che dovessero intercettare in futuro quelle sonde spaziali, come i Voyager o il Pioneer, che sono in viaggio verso l’esterno del sistema solare, con il loro carico di immagini, apparecchiature, tecnologie. In altre parole ogni civiltà, nel corso della storia, ha lasciato dei messaggi (delle enciclopedie) della propria cultura sotto forma di tecnologie, opere d’arte monumenti e oggetti della propria vita comune.

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