Bulismo e arte marziale

Posted By admin on Lug 6, 2015 | 0 comments


In occasione dl 7° Trofeo Than Dong avvenuto a Treviso il 1 febbraio 2015, il Dr. Diego Gobbo ha tenuto una conferenza sul Bullismo e le eventuali relazioni con l’arte Marziale. Di seguito l’elaborazione del testo audio a cura di M° Barbara Peroni.

Il Dr. Diego Gobbo ha una buona esperienza nella pratica delle Arti Marziali dal Judo al Viet Vo Dao e dal punto di vista professionale lavora in ambito accademico come docente in formazione presso l’Istituto Veneto di Terapia Famigliare, che è una scuola di specializzazione presente nel territorio di Treviso, dove psicologi e psichiatri imparano a diventare psicoterapeuti.
Per questa conferenza ha preso spunto dalle opere di Daniele Fedeli che è un ricercatore presso l’Università di Udine e si occupa di bambini con disturbi fisici ed è riconosciuto in Italia come il più importante operatore nei confronti delle forme di bullismo.
 

Bibliografia consigliata:

  • Daniele Fedeli, Bullismo oltre, vol.1 e vol.2, Vannini Editore, 2007 – è un buon libro fatto per gli insegnanti, scritto in maniera fruibile
  • Bullismo al femminile, di Luca Bernardo edito da Cult Editore, 2009

Il tema di quest’anno è stato richiesto dal M° Foschi Maurizio ed è un tema di cui non esistono molti testi validi, c’è poca letteratura in merito e ancor meno per quello che riguarda il bullismo al femminile.

In genere, il Dr. Gobbo quando fa formazione, lo fa o per persone del settore o per degli insegnanti. Aveva preparato delle slide ma gli sembrava troppo accademico così ha pensato di dividere questa ora a disposizione in due parti una in cui si definisce che cos’è il bullismo e l’altra un po’ più tecnica con dei rimandi alla relazione con l’arte marziale e di risposta alle domande, che possono anche eludere dal tema proposto ma senza entrare nei casi specifici, rimanendo sul generico.

Gli ultimi dati che abbiamo sono del 2011: il 42% dei ragazzi che vanno a scuola dichiarano di aver subito fenomeni di bullismo in ambienti extra scolastici, un 28% dice di averlo subito in ambito scolastico. La prima cosa che si enuncia è che quando manca un controllo genitoriale o di un adulto, l’indice aumenta quasi del doppio, ed è un dato molto importante. Di quelli che subiscono violenza il 70% dice di essere stato schernito o deriso, un 60% di essere stato minacciato e un 50% di essere stato isolato dagli altri.

La forma dell’isolamento è quella più importante perché è quella che arreca più danni ed è la forma che qualunque tipo di associazione riesce ad eliminare. L’Arte Marziale in questo caso non è specifica, ma è importante perché è un gruppo organizzato, che aggrega bambini e ragazzi coetanei.

I miti sul bullismo:

  • I ragazzi devono imparare a difendere i propri diritti e il bullismo può aiutare loro a formare il carattere. Questo non è assolutamente vero e tutte le ricerche dimostrano che questa modalità provoca dei danni. L’aggressività non migliora il carattere e il benessere dell’individuo.
  • La vittima ha provocato la reazione degli altri. In fondo se l’è cercata. Anche questo è assolutamente falso perché solitamente le vittime sono ragazzini timidi, isolati socialmente o particolarmente introversi.
  • Si tratta di ragazzi. È solo un gioco, non fa male a nessuno. Anche questo è falso, nel senso che i danni sono enormi soprattutto se viene protratto nel tempo e non è un gioco, per una differenza di fondo.
  • Esistono degli indici utili ai genitori per capire se il proprio figlio/a subisce o attua atti di bullismo.

Bullismo o giochi pesanti?

  • I giochi non sono perpetrati in modo collettivo contro un singolo, il bullismo si.
  • I giochi non sono reiterati nel tempo e non prevedono ruoli rigidamente fissi, il bullismo si.
  • I giochi non sono premeditati e organizzati, il bullismo si.
  • I giochi non prevedono uno sbilanciamento di potere, il bullismo si.

Questa è la differenza fondamentale tra gioco e bullismo.

Nel bullismo abbiamo un bullo, una vittima o più vittime e gli osservatori che svolgono un ruolo decisivo. Il bullismo senza osservatori non avviene. Gli osservatori hanno di solito dei danni a loro volta, ma non esistono statistiche perché le ricerche evidenziano difficoltà a far emergere il fenomeno. I dati che emergono sono stimati da qualunque associazione di neuropsichiatri, neurologi o universitari sull’ordine del 25% di quello che realmente avviene, vale a dire che il 75% è sommerso.

Ancora maggiori sono i danni che vengono provocati agli spettatori del bullismo e di questi emerge solo il 10%. Ci sono due categorie di spettatori, quelli passivi che guardano e non intervengono e se ne vanno via per paura di essere coinvolti nel giro e quelli che fanno parte della congrega del bullo, il branco, che sono degli spettatori parziali perché di solito creano le condizioni affinché il bullo possa intervenire. Sono due qualità completamente diverse e in realtà non esiste un’unica forma di bullismo ma ce ne sono moltissime. Quando noi psicologi veniamo chiamati in una scuola, il nostro intervento è mirato per il bullo, la congrega, gli osservatori, gli insegnanti. Non ci deve essere allarmismo, il bullismo è un fenomeno socialmente organizzato e l’unico modo per combatterlo è avere un sistema socialmente organizzato al contrario. Nella scuola italiana non vengono fatti molti interventi contro il bullismo, non vengono nemmeno allenati gli insegnanti a riguardo, non per mancanza di volontà ma essenzialmente per mancanza di fondi. Di solito, gli interventi che facciamo come istituto di terapia familiare avvengono quando ci sono già stati dei casi particolarmente importanti e allora si interviene non in prevenzione, ma per risolvere i problemi emersi. In questi casi il costo si eleva.

Il bullismo al maschile è più fisico, con spintoni, calci e pugni ed emerge in giovane età, ma a volte può essere anche di ordine verbale, con scherno e umiliazioni, e anche questo ha la sua importanza.

Il bullismo al femminile emerge in determinate fasce di età, è più sottile e manipolativo, non è diretto. Si è visto che le ragazze quando scelgono una vittima in modo sottile gli eliminano tutte le relazioni creando un isolamento sociale che determina un danno enorme. L’incidenza del bullismo è di 4 maschi e 1 femmina e questo sbalzo è determinato soprattutto da fattori culturali, ma non solo. Le possibili cause sono la scarsa consapevolezza delle proprie e delle altrui emozioni.

Infatti, c’è una parte della neurologia che pensa che il bullismo sia dovuto a disfunzioni cerebrali. Onestamente, io credo che anche in presenza di marcatori genetici di quest’ordine, siano essenzialmente i fattori ambientali a creare le condizioni che fanno emergere o meno il fenomeno. A mio parere, una percentuale può essere presente in quasi tutte le patologie, ma molto bassa. C’è la paura, la scarsa abilità verbale, la ricerca di identità, l’imitazione di modelli aggressivi, l’incoerenza educativa. In base alla mia esperienza, il ruolo della famiglia allargata, della scuola intesa come gruppo di coetanei incide all’80-90%. Cercare nei marcatori genetici degli aspetti che poi rientrano appena si lavora sulla famiglia, mi sembra un po’ esagerato. Poi, ci possono essere dei bambini che hanno un temperamento un po’ più elevato, ma questo è un altro problema.

Ci sono 11 punti o campanelli d’allarme che vengono enunciati come i segnali del bullismo, cioè quello che i genitori possono vedere se i bambini stanno subendo un fenomeno e sono:

  • Il ragazzo trova scuse per non andare a scuola o compie strani percorsi per arrivarci. Questo è un indice importante;
  • Mostra segni di paura e di ansia come incubi notturni, e sintomi fisici come mal di pancia, mal di denti, emicranie e soprattutto la mattina al momento di andare a scuola. Queste sono cose che spariscono il sabato e la domenica.
  • Torna a casa con oggetti rovinati o ferite e non vi dice perché;
  • Presenta disturbi nel sonno o nell’appetito per un tempo sufficientemente lungo;
  • Sembra perdere il denaro o ne chiede in continuazione senza giustificato motivo;
  • dice di avere amici ma non partecipa mai ad alcuna situazione sociale, né invita altri ragazzi a casa;
  • Presenta scoppi di rabbia nei confronti dei familiari, di solito con i fratelli minori o in modo esagerato, senza giustificato motivo, verso i genitori che lo riprendono;
  • Mostra delle regressioni cioè ritorna a uno stadio evolutivo precedente e quindi in base all’età può tornare fare la pipì a letto o aver bisogno di andare a dormire con i genitori (5-6 anni), se ha 14 anni potrebbe mettersi a giocare con giochi da bimbi, socializzare e frequentare ragazzini più piccoli;
  • Non riesce a concentrarsi sui compiti e il suo rendimento scolastico diminuisce in modo significativo. Questo è un indice che vedono più gli insegnanti che i genitori. Se voi genitori puntate molto sulla scuola “studia, fa bene, mi raccomando fa il bravo”, non appena entrerà in adolescenza vi attaccherà sulla scuola. Dovete ricordarvi di dirgli “va a scuola e divertiti”, se l’educazione gliela avete già passata non possono combinare dei guai. Questo mentalmente è molto importante perché se passa l’idea che i figli vanno a scuola per voi a un certo punto smetteranno di studiare contro di voi mentre l’idea che deve passare sempre è che vanno a scuola per loro;
  • Quando gli si chiede che cosa sta succedendo evita di rispondere o diventa aggressivo. Questo è un indice importante che crea allarme. Ha una reazione spropositata , che non ha senso, rispetto a come si comporta di solito alle vostre richieste;
  • Compie atti inconsueti: non va a scuola, spariscono da casa degli oggetti, ci sono dei piccoli furti, anche di soldi. Non necessariamente indicano che sta subendo bullismo ma sta succedendo qualcosa e può essere in un’area di rischio.

Questi sono segnali che valgono tantissimo per le ragazze fino agli 11 – 12 anni e per i ragazzi fino ai 14 – 15 anni mentre, gli indici che si manifestano oltre quell’età sono più complessi da capire perché si entra in adolescenza e i contrasti con i genitori sono più frequenti e c’è il rischio di attivare una iper attenzione su degli aspetti che sono normali. L’adolescenza è l’età in cui i ragazzi passano da una fase di affiliazione concreta, sono in casa, a una affiliazione simbolica, escono di casa e si trovano con gruppi di amici che diventano una famiglia altra. Succede che, fuori dalla famiglia sperimentano di essere degli adulti, quando tornano in famiglia sono ancora dei bambini. Nell’adolescenza i ragazzi fanno gli adulti ma non lo sono, non sono né bambini iper sviluppati né adulti in miniatura. È una fase importante dove c’è sempre un attacco rispetto alla famiglia di origine e quindi apparentemente può sembrare che il ragazzo si stia isolando. Ma se vedo che l’isolamento rispetto a noi come genitori corrisponde a un aumento delle attività sociali esterne, questo non è un indice negativo. Una iper attenzione è arrivare a pensare che se si isola da noi genitori stia succedendo qualcosa. Bisogna riuscire a contestualizzare l’atteggiamento e la cosa importante da considerare è che, quando un ragazzo smette di crescere, di fare attività fuori di casa, avere degli amici, di impiegare del tempo con gli hobby, questo è un indice di malfunzionamento.

Quando si nota la presenta di uno di questi indici, i primo passi da compiere sono:

  • Incoraggiare il figlio/a a parlare liberamente dell’accaduto senza vergogna o sensi di colpa. Questo non avviene quasi mai perché spesso i genitori, per paura di non essere stati dei bravi genitori, tendono a pensare che il loro figlio può avere qualunque altro problema ma non questo e quindi, escludendolo a priori non glielo chiedono.
  • Ascoltare in maniera aperta, senza assumere atteggiamenti inquisitori e senza forzare il ragazzo a dire tutto subito, altrimenti diventate anche voi dei bulli. Ascoltare in modo aperto ovvero senza giudicare è la cosa più difficile in assoluto. Inoltre, bisogna avere un ascolto emotivo, che non significa sentire tutto il racconto della loro vita ma cercare di comprendere se ha un disagio emotivo. Quest’ultimo è un tipo di ascolto più complesso perché implica una continua relazione con il/la figlio/a per tutta la vita. I genitori mantengono le ansie dei figli mai il contrario e, quando ciò avviene, cioè che i figli pensano di non poter dire nulla ai genitori altrimenti vanno in ansia, voi avete fatto un danno perché quando avrà un problema non saprà da chi andare. Avviene come nell’esercito, voi potete lamentarvi solo con i sopra cioè con i nonni dei bambini.
    I nonni sostengono la coppia – non il singolo – i genitori sostengono i figli.
    Se mia madre mi paga l’avvocato se ho il sospetto che mia moglie mi tradisca, è una disgraziata perché come madre deve sostenere la coppia genitoriale. Nei casi in cui ci siano bambini introversi, spesso avviene che sono bambini che hanno un ottimo padre e un’ottima madre ma dei pessimi genitori. Entrambe hanno buone regole ma non si sono ancora accordati su quali sono le regole che funzionano e quindi danno messaggi ambivalenti ai figli, a seconda del momento.
    Se con i figli avete posizioni diverse, come è giusto che sia, devono essere dichiarate ai figli, ma bisogna dire anche cosa avete deciso insieme. Se non è vero, non dire mai che siete d’accordo perché passate messaggi di incoerenza. L’età dei vostri bambini è tale che se vi vedono litigare pensano sia colpa loro, non sono ancora in grado di avere pensieri complessi. Bisogna essere consapevoli della fascia d’età dei propri figli per non anticipare o posticipare i tempi.
    I primi passi da compiere sono incoraggiare a parlare e poi ascoltare. Rimanere obiettivi e ricordare che si sta ascoltando solo una parte della storia. Spesso quando accadono questi episodi è molto importante sentire anche i genitori dell’altra parte o sentire le altre campane, ossia tutti coloro che hanno a che fare con i ragazzi: insegnanti, genitori del bullo o di chi ha subito o dei bambini che hanno visto quello che è successo. In questo modo si confrontano più punti di vista e successivamente deve essere la rete degli adulti che interviene. Non devono reagire loro con un pugno sul naso, peggiorerebbe la situazione.
    Coinvolgere il ragazzo nelle decisioni e nelle azioni da intraprendere. E’ molto importante condividerle, spesso i ragazzi temono di parlare con gli adulti perchè la reazione dei genitori potrebbe metterli in un imbarazzo tale da non riuscire più a gestire la situazione. Quindi, è fondamentale che il genitore abbia un atteggiamento rassicurante rispetto agli eventi, nel senso che non li sbandiera ma tutto quello che viene deciso, le modalità delle azioni da intraprendere vengono condivise. Questo atteggiamento apre al dialogo e avvia un rapporto di fiducia che dovrebbe essere imprescindibile. Molti di voi sono sposati con figli, ci saranno conviventi o separati o persone con famiglie ricomposte e quando le famiglie sono più complesse a volte è più difficile sapere anche come intervenire.
    Gli errori da non compiere sono: arrabbiarsi o agitarsi, provare colpa o vergogna (se fate questo e lo passate ai vostri figli, loro non vi racconteranno più nulla). Svalutare l’importanza dell’evento, dare la colpa al ragazzo, alla scuola ed evitare di precipitarsi a scuola ad accusare gli insegnanti perché non hanno fatto il loro dovere di controllo. Tantissime volte, anche se l’insegnante controlla, il bullismo avviene appena fuori dalla scuola, nel rientro a casa, nei campetti e comunque non si può pretendere che gli insegnanti seguano i ragazzini dentro i bagni.

Cosa si può fare?

  • Sviluppare reti di amicizia per cui qualunque sport va bene, anche le Arti Marziali, perché parlando con gli altri ragazzi, si trova il coraggio di fare alcune azioni.
  • Presentare modelli positivi che significa essere genitori che funzionano come adulti cosicché i figli possano essere funzionanti come bambini.
  • Insegnamento di abilità che significa non contro reagire ma insegnare una serie di strategie per liberarsi e muoversi.
  • E, la cosa più importante, e qui le Arti Marziali servono molto, è avere una disciplina coerente e direttiva cioè fare quello che si dice. Spesso i genitori promettono delle cose e poi non le mantengono, e questo è sempre un errore a livello educativo.

Su questo aspetto le Arti Marziali aiutano molto perché adottano una disciplina ferma, dettata dalla rischiosità dell’attività che, per non farsi male, necessita un’attenzione e un ascolto da parte degli allievi nei confronti dell’insegnante. L’aspetto protettivo delle Arti Marziali è di due ordini: da una parte l’appartenere a un gruppo esterno e dall’altro il fatto che i bulli non scelgono mai vittime che abbiano delle capacità di offesa. Di solito la vittima viene scelta in base a un introversione e all’isolamento e questo è un fattore determinante. Se il bullo sa che la vittima appartiene a un gruppo che fuori da scuola potrebbe diventare pericoloso, mediamente sceglie un’altra vittima. Questo non significa istigare alla violenza, bisogna saper ragionare su una certa età. Infatti, nelle Arti Marziali da una parte vi è l’aumento della capacità motoria, dall’altra vi è la pedagogia, ovvero la crescita della persona come individuo e questo aspetto non passa negli sport da combattimento dove si impara solo a picchiare. Le Arti Marziali utilizzano l’apprendimento delle sequenze e il loro perfezionamento per introiettare aspetti individuali che permette ai ragazzi di avere stima di sé, un’autostima più alta che si manifesta come una maggiore capacità di contrasto, di movimento e crescita. Dal mio punto di vista, essendo da sempre un praticante di Arti Marziali, penso che insieme a qualche altro sport come il rugby, le Arti Marziali siano quelle che più in assoluto sviluppano questa abilità in quanto l’aspetto individuale è fondamentale, nonostante ci sia un lavoro di squadra. Però, quando combatto o eseguo un quyen sono da solo.

E’ importante sottolineare la differenza tra Bullismo e Criminale:

Aggressioni fisiche e violente in grado di provocare danni gravi, non è bullismo ma sono atti criminali. In questo caso l’intervento non avviene più all’interno della scuola e della famiglia, ma si chiamano i Servizi Sociali, polizia e carabinieri.
Violenza a sfondo sessuale, non è bullismo. Questa avviene tantissimo. In Italia, l’età media dei ragazzi che hanno dei rapporti completi, per le femmine è attorno ai 14 anni e per i maschi intorno ai 16 anni. Spesso un’educazione sessuale risulta molto utile al di là del proprio credo religioso o delle proprie convinzioni etiche e morali; in linea di massima riuscire a dare una buona educazione sessuale è fondamentale per fornire un distinguo tra cosa vuol dire far l’amore, sessualità e pornografia, anche se l’atto è identico.
L’utilizzo di armi o oggetti pericolosi non è bullismo, è ancora violenza e va denunciata.
Gravi minacce non è bullismo, siamo ancora dentro un aspetto penale.

Questa distinzione è importantissima, perché di fronte a comportamenti così gravi i colloqui non servono a nulla. In questi casi gli interventi devono essere drastici per tutelare sia la vittima e l’ambiente che di riflesso viene condizionato negativamente, sia il bullo che solitamente proviene da famiglie dove vi sono disturbi psicopatologici, o problemi reali di separazioni controverse, o contrasti genitoriali di varie forme, o consulenze d’ufficio del Tribunale di un caso a cui stanno lavorando. Il bullo manifesta il suo disagio in questo modo e richiamando un’attenzione altra avviene un rientro del disagio e questo va a beneficio anche suo. Generalmente si pensa al bullo come al cattivo ma il più delle volte, e sicuramente sotto una certa età, non è altro che la manifestazione di un disagio che lui ha subito. Un esempio per comprendere come avviene questo meccanismo è questo: se io da bambino subisco atti di violenza di qualunque ordine, da grande la restituirò ai miei figli, non perché penso sia un modello corretto ma semplicemente perché è la prima volta che mi trovo dalla parte del controllo, – quindi io sono l’adulto e il bambino è qualcun altro – e posso cercare di capire, in un modo inconscio, cosa passava a mio padre e a mia madre quando loro lo facevano a me. E’ ovvio che questo atteggiamento personale non va assolutamente giustificato, su un piano legale, etico ed emotivo va assolutamente condannato, ma dal punto di vista terapeutico si cerca di capirlo per poterlo guarire. Come genitori bisogna cercare anche questo tipo di visione, che non vuol dire giustificare ma solo comprendere il fenomeno per riuscire ad intervenire.

Domanda – Fino ad ora abbiamo parlato di come riconoscere se nostro figlio subisce atti di bullismo ma, al contrario, come facciamo ad accorgerci se nostro figlio è un bullo?

Io mi accorgo se mio figlio è un bullo in base a degli indici, primo tra tutti quello personale, cioè quando non riesco ad avere una relazione con lui. Relazione non significa solo dare da bere, mangiare, dormire ma avere un rapporto caldo dove effettivamente tutto quello che fa sta all’interno di una coerenza. L’indice più importante è la coerenza: se ho delle aree buie sulla vita di mio figlio del tipo che torna a casa con delle figurine o delle carte o dei giochi e nessuno gliele ha mai date, chiamo i genitori dell’amico/a ed effettivamente non gli hanno dato nulla, so che va al parchetto ma non capisco chi frequenta e come li frequenta, se ho degli indici di quest’ordine devo mettermi in allarme. Questo va bene fino ai 13 – 14 anni, dopo di che diventa un problema capirlo, anche se di solito i ragazzi che esercitano bullismo tendenzialmente non hanno una vita affettiva sana, i maschi sono irrequieti mentre le ragazze manifestano disturbi alimentari o piccole forme di autolesionismo. Non bisogna sempre dare troppa colpa alla famiglia.

Nel 1994 è uscito un Manuale diagnostico statistico disturbi mentali IV -testo rivisitato-, ora è uscito il V ma non lo utilizza nessuno perché sostanzialmente è stato finanziato dalle case farmaceutiche e sostengono che qualunque disturbo, anche un’emicrania leggera va riferita ad un disturbo mentale. Con questa logica hanno stimato che su 60 milioni di italiani 8 milioni sono malati. La comunità scientifica si sta dividendo in due branchie e una parte, che condivido, sostiene che hanno esagerato e vi sono interessi di parte che sostengono queste teorie.

C’è un disturbo da deficit dell’attenzione e comportamento dirompente, che viene diagnosticato ai ragazzi che a scuola hanno bisogno dei famosi BES – bisogno educativo speciale – che sta all’interno sia di un disturbo fisico – dislessia, malformazione alle gambe o altro – sia di un disturbo mentale.

Poi esiste il disturbo della condotta e il disturbo positivo provocatorio che sono la versione ufficiale del bullismo. Nessuna ricerca e nessuno studio ha ancora dimostrato quando siamo all’interno di una condotta patologica o all’interno di una condotta sistemica, perché sta all’interno di un continium. Sostanzialmente, quando ci sono degli indici molto chiari di bullismo si parla di bullismo, quando ci sono indici chiari di patologia si parla di patologia, tutte le strutture in mezzo le chiamo miste, con una tendenza su un versante o l’altro.

Ci sono disturbi mentali, neuropsicologici e psicologici, che sono associabili al bullismo ma non sono bullismo, sono vere e proprie patologie. Queste patologie hanno una percentuale biologica, degli eventi scatenanti familiari o sociali, c’è un sistema per diagnosticarli che è un sistema validato, obiettivo e molto preciso, se i vostri figli rientrano in questo sistema non sono dei bulli ma hanno dei disturbi veri e propri. In questo caso il bullismo diviene manifestazione del disturbo. Se ho la febbre può essere influenza come una broncopolmonite virale. Quando un ragazzo si comporta aggressivamente come un bullo può essere che effettivamente lo sia, o può essere che sia un disturbo che ha quei fenomeni che sono identici ma i presupposti mentali sono altri. Nel primo caso si interviene in ambito scolastico e con la famiglia, nel secondo caso si interviene sul ragazzo e la famiglia, la scuola viene usata come corollario.

Questi indici valgono quando per più di un anno ci sono dei comportamenti violenti e reiterati, oppositivi in un modo importante rispetto agli altri. Come genitore devo perdere la relazione con mio figlio per più di un anno. Tante volte questo avviene quando ci sono situazioni familiari in fase di transizione, che può essere una separazione o un divorzio mal gestito. La separazione e il divorzio sono sempre traumatiche però, può essere gestita bene e questo non crea un disturbo nei figli, anzi. Sono gestite male quando ci sono liti tra le famiglie, ci sono i tribunali di mezzo, avvocati, i bambini vengono usati come pacchi celere spostati di qua e di là e quindi in queste situazioni, dove c’è necessariamente un disagio dei genitori, un dolore, una rabbia nei confronti dell’altro, è normale perdere di vista i figli.

In situazioni di transizione normali, come una coppia con due figli in adolescenza e uno piccolo, gli adolescenti fanno penare e se c’è qualche disturbo sopra che occupa di più il tempo, perdo l’attenzione del più piccolino. E’ normale che succeda, non sono da condannare. Nelle famiglie numerose di una volta erano presenti fenomeni di bullismo, perché non c’era controllo e spesso i ragazzi erano lasciati liberi dalla mattina alla sera. Il compito dei ragazzi più grandi era quello di guardare i più piccoli, e spesso veniva disatteso.

Il bullismo non è un fenomeno nuovo, hanno iniziato a diagnosticarlo intorno agli anni ’60, negli anni’80 ha avuto il picco massimo e dagli anni ’90 sta scendendo perché c’è una maggiore attenzione dei genitori rispetto alle dinamiche dei figli. Un tempo, esisteva una netta distinzione tra la parte adulta e i giovani, spesso i bambini non mangiavano nemmeno con i genitori e a questo proposito il film ‘La famiglia ‘ di Ettore Scola è interessante perché mostra la distinzione dei ruoli all’interno una famiglia nobile romana. E’ un film che spesso utilizziamo durante il training. Questa distinzione ora si è un po’ persa, siamo in una fase di eccesso dove la vita dei bambini coinvolge completamente la vita degli adulti. Questo crea una buona attenzione e una diminuzione dei conflitti e lentamente si sta ritornando un po’ allo stile di una volta, dove gli adulti fanno gli adulti e i bambini, i bambini. Spesso si incontrano famiglie sconvolte da un bambino perché lo si rende un tiranno.

Domanda: quando un bambino è violento nei confronti degli altri, chi è che deve decidere di sottoporlo a degli esami per comprendere se si è di fronte a una patologia piuttosto che a un problema di bullismo?

Se ci sono episodi di violenza gli insegnanti hanno l’obbligo istituzionale di fare una segnalazione alla presidenza e ai genitori. Il Preside valuta il caso e in teoria ci dovrebbe essere uno psicologo scolastico, che non c’è quasi mai perché è responsabile di circa 200.000 allievi, altrimenti si richiede l’intervento dei Servizi Sociali. Spesso anche gli stessi insegnanti si trovano in difficoltà a segnalare o meno il fenomeno nel timore di fare false segnalazioni che possono creare dei danni. Nel dubbio, comunque, è meglio condividere le impressioni con gli altri adulti che hanno in carico il figlio, avendo cura di non generare ansie inutili.

Il modello famigliare coercitivo, senza volerlo, può essere causa della creazione di un bullo. Il meccanismo è questo: noi diamo un ordine o una regola, i figli danno una risposta oppositiva, noi aumentiamo l’escalation affinché la regola venga ottemperata, il figlio risponde con un no perentorio e noi abbandoniamo e gli diciamo di far quello che vuole perché non sopportiamo più l’ansia di imporre delle regole. Facendo così si insegna loro che quanto più la regola è impositiva tanto più potranno sottrarsi e diventerà un tiranno, che fa quello che vuole man mano che cresce. Quando una regola viene richiesta in continuazione dalla più piccola sciocchezza alle cose più importanti si sta sbagliando modello educativo: sono pseudo regole e non regole vere e proprie.
Il consiglio è: pochissime regole, molto chiare – e non “tu sai come ci si comporta”– e mantenerle dal primo giorno di vita. Quello che si dice si fa, quindi bisogna stare attenti a quello che si dice. Se non si riesce a tollerare il pianto di un bambino per più di tre minuti, fate durare la punizione per il tempo che si riesce a tollerare, non dire 10 minuti e poi dopo 3 minuti la punizione è già sospesa, perché questo fa un danno.

Nelle Arti Marziali quello che viene detto viene fatto, c’è una certa coerenza e ci si muove all’interno di regole prestabilite che tutelano i ragazzi, sia in termini educativi sia psicologici, in quanto aumenta la loro autostima, la loro possibilità di difesa e la loro capacità di intervenire in presenza di fenomeni di bullismo. In una ricerca americana è risultato che chi fa Arti Marziali mediamente non è violento, perché l’aggressività e l’ansia trovano un canale di sfogo e nel momento in cui ci si rende conto di poter dominare l’altro, mediamente ci si astiene. La differenza tra Arti Marziali e Sport da Combattimento è proprio questa. Se vostro figlio si trova ad essere spettatore di un fenomeno di bullismo ed ha acquisito una maggiore capacità di intervento è molto probabile che vada ad avvisare gli insegnanti o riferisca a casa dell’episodio. Qualunque attività che permetta di sentirsi in società e in relazione con gli altri, di avere un valore positivo per sé, è tutelante per i nostri figli. L’arte Marziale non è l’unico metodo, qualunque disciplina sportiva fatta con una sana pedagogia va bene, per cui se vostro figlio ha un interesse diverso si deve assecondare, ma con la regola di portare avanti la scelta da settembre a giugno.

Qualunque sia la disciplina scelta è fondamentale il sostegno degli insegnanti, la condivisione dei dubbi per attivare un buon dialogo,anche nei casi in cui si stia attraversando una fase critica della vita per malattia, lutti o separazioni, in modo che ci sia per il figlio un’attenzione particolare durante quel periodo.

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